pippo

 L’albero della vita

Capitolo XVI

Una brillante assemblea gremiva il salone della Domus Palatina a York: più di trecento ufficiali — legati, tribuni e centurioni di prima classe —, tutti gli appartenenti alla Casa imperiale e alla ragioneria, tutti i capi d’amministrazione.
Regnava una certa tensione, poiché nessuno sapeva esattamente per qua] ragione quest’adunanza fosse stata convocata. Era chiaro che doveva trattarsi di cosa importante, e correva voce che quella mattina fosse giunto un messo speciale dell’imperatore: ma nessuno — all’infuori del Cesare — aveva potuto formarsi un’idea sui contenuto del messaggio:
all’infuori del Cesare, e naturalmente, del segretario-capo Strabone, al quale incombeva sbrigare tutta la corrispondenza tra Cesare e il quartier generale imperiale. Ma Strabone era pagato — e pagato bene — per tener la bocca chiusa.
Se non fosse stato per quell’inviato imperiale si sarebbe supposto che la principessa Teodora avesse messo al mondo un altro figlio. Di ciò ella s’intendeva: in otto anni di matrimonio aveva dato alla luce cinque creature.
Ma più probabile, nel caso presente, era che ci fossero novità politiche; le notizie militari erano, si può dire, escluse. Vinta l’anno prima la guerra persiana, Diocleziano e il suo Cesare, Galerio, riposavano sugli allori in Nicomedia. Prescindendo da qualche piccolo conflitto di frontiera, la pace regnava anche in Occidente. Massimiano stesso si trovava in Africa in viaggio d’ispezione.

Su un punto solo i più concordavano: le novità erano secondo ogni probabilità di natura spiacevole.
La Corte di Cesare era bensì alquanto provinciale, ma sempre una Corte. E i cortigiani hanno un fiuto speciale per le cattive notizie. Nessun dubbio: nell’aria c’era qualche pericolo.
La cosa divenne un po’ più chiara quando entrò Cesare:
infatti, accanto a lui c’erano soltanto Strabone e Velleio, il protonotaro, capo della sezione giuridica, un uomo lungo, asciutto, dalla testa calva e dal profilo d’avvoltoio.
Dunque, doveva trattarsi di qualche nuova legge.
Pallido e brizzolato, Costanzo rispose al riverente saluto dell’assemblea con un chinar del capo, e sedette. Il suo trono era una larga seggiola di ebano con ornamenti dorati.
Il resto dell’assemblea rimase in piedi.
«Amici miei,» Cesare prese la parola «stamane ho ricevuto un nuovo editto del nostro divino imperatore Diocleziano. L’editto è controfirmato dal mio collega d’Oriente, Gaie- rio Cesare. Il protonotaro Veileio ve ne farà conoscere il contenuto.»
Il vecchio Velleio si raschiò ben bene la gola, quindi iniziò la lettura di un documento dall’aspetto voluminoso.
La sola enumerazione dei titoli imperiali richiese parecchio tempo. Ma tosto apparvero chiaramente io scopo e il senso dell’editto. L’imperatore constatava che l’attività criminosa e sleale di una certa setta religiosa, la cui empietà era notoria e aveva già provocato gravi incidenti in molte parti dell’impero, era ormai diventata assolutamente insopportabile. L’imperatore si era compiaciuto di convocare un consiglio, composto delle più alte autorità militari e civili, e le conclusioni di detto consiglio avevano fornito la base del presente editto, che doveva entrare immediatamente in vigore in tutte le province dell’impero.
I seguaci della predetta setta, i quali si chiamavano cristiani dal nome del loro primo capo, un delinquente ebreo giustiziato sotto il glorioso dominio dell’immortale imperatore Tiberio, tentavano di organizzare un vero e proprio Stato entro lo Stato. Rinnegavano gli dèi e le istituzioni di Roma; rifiutavano di sacrificare al Genio dell’imperatore, tentavano di fondare una specie di repubblica sotto i propri capi, ai quali ritenevano di dovere obbedienza assoluta. Questi capi o, come essi li chiamavano, vescovi, emanavano leggi proprie e nominavano propri funzionari, accumulavano i denari della comunità e se ne servivano per diffondere la loro dottrina.
Tale movimento doveva venire represso prima che riuscisse a minare l’esercito o addirittura a mettere in campo un esercito proprio.
La tensione tra gli ascoltatori era notevolmente diminuita. I più sapevano che l’editto non li riguardava, benché i più fra loro conoscessero qualche cristiano.
La voce monotona del protonotaro proseguiva:
Per queste ragioni il divino imperatore aveva deciso di prendere severe misure contro tale setta e si era compiaciuto di dare i seguenti ordini:
Ai vescovi e preti della setta era imposto di consegnare alle autorità tutti i libri e gli scritti in loro possesso. Alle autorità era imposto, pena la morte, di bruciare solennemente questi scritti sulla pubblica piazza alla loro presenza.
Tutte le proprietà delle chiese cristiane erano sequestrate e, se non consistevano in denaro, dovevano essere vendute e il ricavo consegnato all’ufficio del Tesoro imperiale.
Coloro che persistessero nel professare la fede e nello svolgere l’attività della loro setta, erano privati del diritto di coprire una carica pubblica o di essere funzionari statali. Gli schiavi che intendessero perseverare nella fede cristiana non potevano essere liberati.
Nessun cristiano poteva adire al giudizio se non in qualità di accusato. Tutte le chiese della setta dovevano venir rase al suolo.
«Emesso nel nostro palazzo di Nicomedia» continuava Velleio «il giorno della festa dei Terminali, nell’anno lO6 dell’Urbe.»
Seguì una lunga pausa. Poi Cesare si alzò in piedi.
«Avete appreso il volere del nostro divino imperatore» disse seccamente. «La mia cancelleria compilerà i necessari

pippoultima modifica: 2007-08-19T16:41:28+02:00da pzprof07
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